INTERVENTO AL
CONVEGNO DEL 7 DICEMBRE 2011
(Stefano
Sylos Labini)
Desidero ringraziare
la Banca del Mezzogiorno – MedioCredito Centrale per l’ospitalità, i relatori e
tutte le persone qui presenti. Un ringraziamento particolare lo dedico a
Innocenzo Cipolletta che ha proposto il tema del convegno e mi è stato vicino
nella fase organizzativa. Posso testimoniare che Innocenzo è una delle poche
persone con cui papà è rimasto in ottimi rapporti fino alla fine. Negli ultimi tempi non era allegro averci a che
fare perchè era molto amareggiato per tutto quello che stava succedendo in
questo Paese.
Ma ora che finalmente
il Governo Berlusconi non c’è più e si inizia a intravedere uno spiraglio di
luce, con altrettanta amarezza dobbiamo registrare che il nuovo governo ha
previsto solo un misero prelievo dell'1,5% sui capitali che rientrarono con lo
scudo fiscale. Con una sovratassa del 10% si potrebbero recuperare una decina
di miliardi di euro rimanendo ben al di sotto dell’aliquota del 25% applicata
in Germania.
In
questa sede mi sta a cuore precisare che
le recenti affermazioni dell’ex ministro del Welfare sul fatto che papà considerasse l’articolo 18 come un ostacolo alle
assunzioni sono assolutamente infondate. Sacconi aveva citato Libertà
di licenziare per salvare l’occupazione, un pezzo che fu scritto nel 1985
quando il mercato del lavoro era molto più rigido di quanto lo sia oggi e una
maggiore flessibilità poteva essere positiva.
Vorrei
ricordare che in quel momento non era facile prendere una posizione del genere
perchè qualche mese prima Ezio Tarantelli era stato assassinato dalle Brigate
Rosse – proprio oggi è stato conferito il premio a lui intitolato – tant’è che
Eugenio Scalfari chiamò papà per chiedergli se ci tenesse alla pelle. La
risposta fu: “In maniera normale, né più né meno degli altri”.
Papà non
ha mai sostenuto la piena libertà di licenziare. Lui diceva che nell' interesse
generale dobbiamo perseguire non la flessibilità massima ma una flessibilità
ottimale, che non coincide affatto con la massima. Perché se è troppo facile licenziare le imprese cercheranno di essere più
competitive riducendo il costo del lavoro e non investendo nelle nuove
tecnologie. E nell’ultimo decennio abbiamo visto che alla maggiore
flessibilità del lavoro si è associata una produttività del lavoro stagnante.
La produttività per lui era lo strumento-base della
politica dei redditi, l’Amleto dell’economia, il principale personaggio del
dramma che condiziona costi, prezzi, politica dei redditi, politica delle tariffe,
occupazione e disoccupazione.
Vorrei sottolineare un aspetto che forse viene
sottovalutato e cioè che la produttività del lavoro dipende dalla qualità
del prodotto. Prodotti di migliore
qualità possono permettere di aumentare le vendite e quindi
possono far espandere la produzione. Così si possono mettere in moto le
economie di scala che determinano la riduzione dei costi fissi per unità
di prodotto e può aumentare la produzione per addetto, cioè la produttività del
lavoro, che fa diminuire il costo del lavoro per unità di prodotto
(CLUP). Dunque, questo approccio ci consente di affermare che i costi di
produzione dipendono dalla qualità del prodotto.
E sappiamo
che il miglioramento della qualità dipende dall’impegno nella ricerca e nella
progettazione, dagli investimenti in nuove tecnologie, dalla professionalità dei lavoratori che con
la loro conoscenza ed esperienza possono dare una spinta fondamentale ai
processi di innovazione.
Questa è
la strada maestra per promuovere la
crescita della produttività del lavoro, condizione essenziale per attuare una
politica dei redditi che sia condivisa dalle parti sociali e che permetta di
ottenere incrementi consistenti del salario reale.
Più in
generale, credo che sia importante pensare ad un progetto di sviluppo qualitativo per la nostra economia. Perché, come ci insegna Giorgio Ruffolo, oggi l’obiettivo prioritario non
deve essere quello dell’espansione e della crescita quantitativa in quanto in
Italia tutto è congestionato e gli spazi sono sempre minori. Oggi dobbiamo puntare su di un’economia della sostituzione
e dell’efficienza dando particolare attenzione al Mezzogiorno.
In primo luogo occorre ridurre la dipendenza dell’Italia dalle importazioni
di combustibili fossili che determinano ogni anno deflussi di capitali per
50/60 miliardi di Euro. Ciò significa sostituire gli impianti a gas, petrolio e
carbone con le nuove tecnologie per le fonti rinnovabili e significa puntare
sull’efficienza energetica.
Inoltre, abbiamo la possibilità di avviare un processo di sostituzione delle
macchine a benzina con quelle più ecologiche, del trasporto individuale con
quello collettivo, delle materie plastiche e dei prodotti chimici con i
prodotti biologici e biodegradabili.
Nel contempo, dobbiamo cercare di usare in
modo più efficiente acqua, materie prime, prodotti intermedi e di ridurre
le emissioni inquinanti e la produzione di rifiuti. Ed è il momento per sviluppare una industria
del riciclaggio dei prodotti e per lanciare un vasto programma di
ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio.
Io credo che un progetto di riconversione
energetica e ambientale dell’economia costituisca una necessità e un’ opportunità per il nostro Paese sia perchè abbiamo
una consistente dotazione di risorse
naturali sia perchè potremmo valorizzare
al meglio un patrimonio artistico unico al mondo.
Per realizzare l’economia della sostituzione e dell’efficienza il governo
deve disegnare una politica industriale
in cui siano coinvolti tutti gli attori del processo di innovazione con l’obiettivo
di modernizzare i settori tradizionali e di far crescere nuovi settori di
produzione.
In particolare, in
questo momento difficilissimo per la tenuta delle finanze pubbliche, andrebbero
attivate le grandi imprese a partecipazione statale come ENI, ENEL
e Finmeccanica e andrebbe coinvolto il sistema bancario, non solo per
motivi di solidarietà nazionale, ma anche perché il rilancio della crescita
avrebbe l’effetto di far risalire le quotazioni azionarie delle grandi imprese
e delle banche che oggi sono pesantemente sottovalutate a causa del “rischio
Italia”. Aziende come l’ENI e l’ENEL hanno
risorse finanziarie e capacità
tecnologiche per lanciare grandi progetti di investimento e potrebbero
aumentare le spese in ricerca dai valori attuali pari allo 0,3% del fatturato
al 3%, in linea con gli obiettivi europei.
In conclusione, il Governo può
utilizzare gli strumenti legislativi, finanziari e industriali a sua
disposizione e i sindacati, le associazioni imprenditoriali e il sistema
bancario potrebbero collaborare per costruire
un nuovo Patto Sociale. L’obiettivo è quello di rilanciare la crescita degli investimenti, dell’occupazione
e dei salari per far fare un salto
di qualità all’economia del nostro Paese.