È il governo di Calderoli, il ministro italiano che, con un solo gesto volgare e irresponsabile, ha provocato 11 morti (complice altrettanto irresponsabile un programma del Tg 1 che ha trasmesso con allegria la vergognosa messa in scena). Le dimissioni del leghista sono un sollievo. Ma siamo ancora costretti a fare da pubblico alle marionette di Berlusconi. Infatti lo spettacolo, benché immensamente dannoso per l’Italia, non finisce finché il capo comico e proprietario non uscirà definitivamente di scena. È inquisito per calunnia, rinviato (fra poco) a giudizio per corruzione, assolto per prescrizione sulla base di una sua legge approvata dalla sua maggioranza apposta per lui. Ma lui ha appena dichiarato (venerdì, a Perugia) che non se ne andrà fino a quando non riuscirà a “cambiare la magistratura” che vuol dire abolirla se gli si lascia il tempo di farlo. Adesso è alleato ufficiale (questo è il suo vero contratto) con tutti gli arnesi del vecchio fascismo. Ed è indicato dalla stampa americana come “avanguardia” di una nuova tecnica di occupazione del potere, che vuol dire, fondamentalmente, comprare il potere.
Ora tocca a noi italiani. Non possiamo permetterci un secondo governo Berlusconi.
Nel
primo ci ha tolto tutti i mezzi di comunicazione, ha truccato tutti i
telegiornali (salvo il Tg 3), ha bloccato tutti i percorsi di legge che
potevano personalmente danneggiarlo, ha fondato una scuola di classe,
ha fatto finta di aumentare l’occupazione includendo nel numero dei
nuovi occupati gli immigrati approdati al permesso di lavoro (e che il
lavoro lo avevano già).
E ancora, ha abbandonato ferrovie e
trasporti aerei nella più completa incuria, ha bombardato i media con
false notizie di grandi opere inesistenti, purtroppo assecondato da
colleghi che si definiscono giornalisti e sopra le parti. L’economia -
unica in Europa - è a zero, le esportazioni sotto zero, le forniture di
combustibile e di energia precarie e incerte come il lavoro dei
giovani, l’immagine dell’Italia marginale, ridicola o ignorata.
Ricordate la copertina dell’Economist con il titolo «Ma Berlusconi è degno di guidare l’Italia»?
Ricordate
la risposta «No», da parte di chi la storia di Berlusconi la conosceva
bene? Non torno a quella profetica frase per “demonizzare” Berlusconi.
Ci torno per ricordare quanto era alta l’immagine dell’Italia in quel
momento, rispetto alla reputazione internazionale del padrone di
Mediaset.
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La scorsa settimana l’editore Laterza (sta per
pubblicare il libro di Sylos Labini “Ahi, serva Italia” che molti di
noi accoglieranno come il testamento di un grande italiano, ma anche
come un manifesto del nostro impegno elettorale) ha convocato un
seminario su “Etica e Politica” con una rilevante partecipazione delle
voci più vive della sinistra italiana di questi anni.
È stato un
evento raro, importante, ben preparato e condotto da teste limpide come
Guido Rossi e Salvatore Veca. «Avrete parlato tutto il tempo di
Berlusconi», mi ha detto Arthur Schlesinger quando ci siamo parlati più
tardi al telefono, quello stesso giorno. «No», ho dovuto dirgli,
«abbiamo parlato quasi sempre della sinistra». E non potevo aggiungere
che uno dei temi più caldi era fornito dalla famosa conversazione
telefonica Consorte-Fassino, anzi da una riga e mezza di
intercettazione illegale abilmente sottratta a un cestino della Procura
della Repubblica da un giornalista di Berlusconi che l’ha pubblicata
per dimostrare l’immoralità dei Ds. Una questione per cui Berlusconi è,
al momento, indagato per calunnia.
«Ma, non siete in campagna
elettorale? Non avete Berlusconi e tutto il suo apparato mediatico e
tutto il suo immenso conflitto di interessi come avversario?», ha
chiesto un po’ stupito lo storico americano che, dai tempi della Casa
Bianca di Kennedy, non ha mai pensato che fosse venuto il tempo di
abbassare i toni, quando la democrazia è in pericolo.
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È
certo utile e urgente che la sinistra - e tutta l’opposizione -
discutano regole sia di principio che di attività pratica, sul rapporto
così travagliato, anche nelle migliori democrazie, fra morale e
politica.
Noi italiani abbiamo un problema in più, un problema
immenso. Abbiamo l’immoralità cancerogena del conflitto di interessi
che si dirama in mezzo all’Italia, al centro del potere, al di sopra di
tutti i suoi gangli e le sue articolazioni. Non sto dicendo che quella
immoralità oscura ogni altra immoralità. Sto dicendo che provoca una
paurosa deformazione del paesaggio, sto dicendo che rende ogni immagine
sospetta ed equivoca. Un esempio. Pensate se ci fosse stato un istante
di esitazione di fronte alla immoralità scandalosa ma potente della
commissione Telekom Serbia. Era una commissione di inchiesta inventata
dal potere (fatto inaudito, le commissioni di inchiesta sono sempre
istituite non per rafforzare il potere ma per indagarlo se vi sono
ragioni di temere abuso) al fine di mettere sotto accusa l’opposizione
e, addirittura, il futuro capo della coalizione che avrebbe sfidato il
governo in carica.
Però anche in quel caso ci è voluta
testardaggine e fermezza per non accettare mai, neppure per un solo
istante, e neppure in nome delle buone maniere, quella commissione come
una istituzione legittima della Repubblica.
È stata, con tutti i
suoi componenti di questa destra istituzionalmente pericolosa, una
commissione eversiva, tesa a stroncare l’opposizione prima, molto
prima, che potesse iniziare il confronto elettorale.
Pensate al
ridicolo della commissione Mitrokhin, che dovrebbe far luce sul Pci e i
rapporti con l’Urss, mentre il presidente del Consiglio e ispiratore di
quella commissione accoglie nelle sue ville il personaggio principale
di tutto lo spionaggio sovietico, l’ex leader del Kgb e attuale
presidente della Russia Vladimir Putin, l’uomo che da solo potrebbe
chiarire tutte le storie dell’Urss rimaste in ombra.
Pensate al rapporto con i fascisti, che viene annunciato e poi smentito. Ma dopo essere stato smentito, viene realizzato.
Forza
Italia è adesso l’unico partito di governo europeo che abbia stretto un
patto (che è anche un patto di futuro governo) con tre gruppi di
schietto e integrale fascismo, niente sconti, niente buonismi o
cosmetiche dichiarazioni democratiche. Gente franca che resta fedele ai
due “grandi statisti” che li ispirano, il fuhrer e il duce. Gente
pronta a riscrivere, magari con la collaborazione di militanti per ora
un po’ defilati, tutti i libri di storia di questa Repubblica.
***
Non solo i lettori dell’Unità,
ma molti italiani si rendono conto che non ci troviamo a competere in
una normale campagna elettorale in cui una opposizione venata di
solidarismo e passione sociale sfida una maggioranza liberista e di
mercato.
Quello è il sogno dei Paesi normali, ma a noi non spetta. Noi siamo fuori dalla normalità. E chiunque sia normale fra noi si rende conto che l’Italia non può permettersi un secondo governo Berlusconi. Se il primo è cominciato con Genova (eppure era appena il debutto, in una situazione internazionale immensamente meno pericolosa) provate a immaginare come inizierebbe il secondo. Noi ci rendiamo conto di non avere altro strumento che il voto e quel che resta della libertà democratica. Ma questo ci impone di essere molto attenti a non accettare mai più che sia l’impero mediatico di Berlusconi a dirci di che cosa dobbiamo discutere. Ci impegna a difendere gli spazi almeno teoricamente garantiti dalla parte della Costituzione non ancora distrutta, con tutte le nostre forze, chiamando a sostegno tutta l’opinione pubblica che vorrà ascoltarci e seguirci. Non possiamo permettere che Prodi, leader di tutta l’opposizione, venga sciolto ogni giorno nell'acido del Tg 1 dal quale si salvano solo poche sillabe, e in cui vengono ripetute sempre le stesse inquadrature, Prodi che cammina da destra a sinistra fiancheggiato da Sircana e Ricky Levi, e mai (mai) una volta che si veda la gente che lo ferma in strada per dirgli «bravo» e «coraggio» e «tenga duro professore», come avviene nella realtà. Nei Tg di regime Prodi guarda nel vuoto e pronuncia frasi spezzate. Al contrario, Berlusconi è sempre filmato di fresco, finisce e rifinisce i suoi argomenti (ripetuti dai talk show ai telegiornali e dai telegiornali ai talk show) ed è sempre circondato da folle festanti. Se occorrono dei minuti in più per completare il pensiero, quei minuti per lui si trovano sempre.
In questa situazione di emergenza è il momento di stabilire che non c’è niente di male a dare del maleducato a Tremonti quando si permette di offendere gli avversari. E non c'è niente di male a dirgli in pubblico, quando è il caso (ed è spesso il caso), che mente o che manipola quasi sempre, quasi tutte le cifre.
Non c’è niente di male nell’urlo di D’Alema
- che sembrava uscito dal conscio e dall’inconscio di tanti italiani -
quando ha voluto ammonire il compìto Casini, già presidente della
Camera, che stava difendendo con calore e amicizia il suo sodale di
partito (e portatore di molti voti) Totò Cuffaro. Una conversazione
televisiva con il leader di un partito moderato a proposito di un
numero uno di quel partito, inquisito per mafia, che per decenza non
dovrebbe ricandidarsi, non è un tè con i pasticcini. E non c’è niente
di male a far sapere a Berlusconi che non potrà sottrarsi all’unico
vero dibattito che conta: quello con chi vorrà leggergli correttamente
e scrupolosamente, traendo dai verbali della Camera e del Senato tutto
ciò che ha fatto e detto in questi lunghi, interminabili, tremendi
cinque anni di governo.
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«Mentre era impegnato a farsi nuovi
amici, Berlusconi non dimenticava quelli vecchi. O meglio, erano loro a
non dimenticare lui. Poco dopo la mezzanotte del 29 novembre 1986,
Berlusconi fece una ansiosa telefonata a casa di Marcello Dell’Utri.
Qualcuno aveva fatto esplodere una bomba davanti agli uffici milanesi
della Fininvest. “È Mangano”, disse Berlusconi. “Se Mangano mi avesse
telefonato, gli avrei dato subito i 30 milioni”. Aggiunse che lui e
Fedele Confalonieri erano spaventati a morte, e chiese a Dell’Utri di
scoprire chi potesse avere piazzato la bomba, gridando “È importante!”».
Il seguito di questo thriller i lettori potranno
trovarlo nel libro «Citizen Berlusconi» di Alexander Stille, appena
uscito negli Stati Uniti (e in Italia, da Garzanti). Ai nostri lettori
possiamo anticipare che Berlusconi e Dell’Utri non erano «spaventati a
morte» dal ritorno del comunismo. Infatti risulta che Dell’Utri abbia
telefonato immediatamente a un certo Cinà, di cui sanno tutto non i
membri della Commissione Mitrokhin, ma i giudici del pool anti-mafia di
Palermo. Questo frammento di storia italiana (che da solo
proietta un pauroso cono d’ombra sul nostro Paese), spiega perché, il
25 settembre del 2004 Paolo Sylos Labini aveva elencato su questo
giornale i «sei motivi per urlare» che appariranno anche in «Ahi, serva
Italia» di prossima pubblicazione: «Primo, il vero programma del
cavaliere (si riferiva alle curiose coincidenze tra il tracciato
berlusconiano e la Loggia P2; secondo, Berlusconi e la mafia; terzo,
devastazione della Giustizia; quarto, devastazione della Costituzione
(la devolution); quinto, l’inganno dell’Iraq; sesto, l’errore di
litigare tra noi invece di denunciare quello che sta facendo
Berlusconi». Il conflitto di interessi è immenso ed è in crescita.
Tocca a tutti noi cittadini difendere l’Italia e respingere
l’incubo.
Chiunque partecipi, da cittadino o da candidato, a
questa campagna elettorale, sa che la differenza (il vero sondaggio) è
tra votare e non votare. Sa che il pericolo è il silenzio. Sa che le
sabbie mobili sono le conversazioni benevole che contraddicono una
realtà tragica, avvertita come troppo pericolosa da molti italiani e da
una gran parte dell’opinione pubblica internazionale. Il presidente del
Consiglio, che vuole essere di nuovo presidente del Consiglio, è
l’autore del più grande disastro dell’economia italiana dal 1945. Ci
sono per la prima volta veri fascisti dentro la coalizione che punta al
governo. Si vede (e non può essere smentita) la mafia nelle vicinanze
di chi governa e vuole ancora governare.